Dal libro “Il primo cinquantennio” di Padre Roberto Lecchini

la Casa di Riposo «Sacra Famiglia» è un fatto compiuto

Nel dare questo annuncio «Voce di S. Antonio» vive, nella sua oscurissima vita di modesto giornalino parrocchiale, un’ora di luce splendente così come può viverla il grande giornale, interprete dell’anima nazionale, quando, al termine di una lunga guerra sanguinosa, porta il bollettino della vittoria.
La Casa di Riposo «Sacra Famiglia», nell’armonia sobria delle sue linee e nel candore perlaceo delle sue mura, splende al sole in un sorriso maternamente invitante. Da quei balconi e da quelle finestre ampie e ariose sembra infatti sprigionarsi proprio la voce di un cuore materno per dire: «Venite, o reietti dal mondo, a cui la vita vicina al tramonto non ha serbato che lo squallore di un gelido abbandono. Venite: qui nella luce e nel calore della cristiana carità potrete ancor benedire la vita».

La Casa di Riposo «Sacra Famiglia» è dunque un fatto compiuto. Così a Salsomaggiore un’altra lacuna è colmata. Sino ad oggi l’elegante cittadina termale, mentre nella smagliante cornice dei suoi giardini e dei suoi viali fioriti, nella lussuosa e confortante attrezzatura dei suoi alberghi, nello splendore dei suoi stabilimenti e, più che mai, nella signorilità accogliente della sua popolazione dava ospitalità gradita ai forestieri venuti da ogni parte del mondo, si trovava nella dura necessità di dover dire ai suoi vecchi privi di assistenza e di mezzi per tirare avanti gli ultimi anni di vita: «Andatevene: per voi non c’è posto in questa cittadina dove siete nati e dove avete lavorato». Ed essi dovevano partire perché sembrava che gli acciacchi e la miseria di una vecchiaia senza sorrisi stendessero un velo di funerea malinconia nel cielo di questa cittadina tripudiante.
E per i poveri vecchi il partire era veramente un morire…
Era un controsenso odioso e spietato che, perciò, doveva finire. Ed è finito, e più presto di quanto umanamente era dato sperare.
Non è il caso di rifare la cronistoria del nostro cammino che non fu certo una deliziosa passeggiata alla brezza mattinale del maggio fiorito. Si avanzò lentamente urtando spesso contro ostacoli che a volte sembravano acquisire proporzioni insormontabili. Le difficoltà di ordine finanziario non furono le sole e nemmeno le più preoccupanti. Più estenuanti quelle di ordine morale, non sempre provenienti dalla parte di coloro che ci sono lontani per condizioni morali e religiose della vita diametralmente opposte alle nostre. Un anno fa, la costruzione della casa di riposo sembrava immobilizzata in un punto morto. Era uno scheletro di costruzione che parlava piuttosto di morte che di vita. Qualcuno, al contemplare quei piani aperti al gioco dei venti, sorrideva di compatimento e diceva: «Guarda il castello di don Rodrigo…».
Non saprei trovare le ragioni dell’ironico paragone. A mio avviso la scheletrica costruzione, portata nella cornice orrida di montagne selvagge, poteva meglio rassomigliarsi ad una dimora di streghe e di gufi.

Così stavano le cose quando un anno fa riprendevamo il nostro cammino. All’inizio dell’anno in corso annunciavamo che avremo fatto ogni sforzo per completare nella prossima estate il primo piano della casa di riposo. E Dio ha voluto, non solo che fosse mantenuta la nostra promessa, ma che tutta la casa fosse portata a compimento. Come ciò è avvenuto? Noi stessi lo ignoriamo. La cosa ha quasi del miracoloso se si pensa al tanto che è stato realizzato senza che nessun fatto nuovo ci abbia dato la possibilità di contare su straordinarie sovvenzioni. Si andava avanti lentamente, ma decisamente così come chi ha deciso di scalare una montagna senza potere precisare la durata del tempo che dovrà impiegarvi. Egli guarda alla cima e dice risoluto: «Non so se arriverò stasera o a fine settimana; so che devo arrivarci». E parte. Arriva sul primo colle e si riposa. Riparte verso l’immediato obiettivo del poggio sovrastante e vi giunge con facilità. Di lassù già il panorama si allarga a perdita d’occhio, il respiro profondo dà vita e l’ebbrezza del salire si fa più tormentosa. Frattanto quel terrazzo a metà monte è lassù invitante come una dolce tentazione. «Bisogna arrivarci!» Così dicendo lo scalatore si inerpica su pei greppi ripidi e rocciosi e giunge anche lassù. La stanchezza non è tale da impedirgli di fissare il suo occhio cupido verso quell’altra balza in prossimità della vetta. Riprende la salita con lena e, di scaglione in scaglione, raggiunge la balza agognata. Ormai la vetta della montagna sembra lì a due passi stagliata nel cielo. Sarebbe pazzia, ora che s’è fatto tanto, arrendersi per così poco. Prima che il sole scenda bisogna essere lassù a contemplarne il tramonto, E su per i fianchi verticali dell’ultima vetta. Il coraggio è diventato temerità. Non importa se il respiro dello scalatore s’è fatto affannoso, se i goccioloni di sudore fumante gli scorrono negli occhi quasi ad accecarlo, se le mani, nell’aggrapparsi alle pareti scheggiate, sono sanguinanti: si deve arrivare. E arriva proprio quando il sole sta scomparendo laggiù Ira i lontani monti lasciando dietro di sé un mare di porpora e d’oro.

Così abbiamo scalato anche noi la nostra montagna. Un po’ per volta, di tappa in tappa e siamo giunti alla meta.
Qualcuno ci ha fatto osservare che nel momento attuale avremmo dovuto orientare le nostre attività verso settori ben più importanti agli effetti di un efficace apostolato. Può darsi che egli abbia ragione, poiché non abbiamo mai preteso di avere noi il monopolio della verità. Comunque noi crediamo nella l’orza salvatrice della carità. Nel passato fu incendio di amore salvò il mondo; nell’avvenire dalla carità dei cuori sarà rigenerata la terra.
Noi sappiamo, d’altra parte, che ogni apostolato è condannato alla sterilità quando Dio non è con noi. Ma Dio è con noi quando Lo invochiamo con la voce irresistibile della carità concretata in una istituzione perpetuamente operante e, perciò, perpetuamente implorante. Conserviamo quindi nel cuore la certezza incrollabile che dalla nostra casa di riposo, dove Cristo sarà accolto nella persona dei suoi poveri, partiranno le benedizioni di Dio recanti la rigenerazione Cristiana di questo popolo. Frattanto, abbiamo il piacere di constatare che la nostra Casa di Riposo, lungi dal pregiudicare il raggiungimento di obiettivi nel settore dell’apostolato, ha portato a favore della nostra gioventù dei reali e preziosi vantaggi così evidenti, per chi è al corrente delle cose, da rendere inutile ogni documentazione.
L’opera nostra è stata ideata e compiuta nell’unico intento di apportare un reale vantaggio alla popolazione della città ed al Comune di Salsomaggiore.

Ciò sarà compreso e apprezzato, ne abbiamo piena fiducia, dalla nostra Amministrzione Comunale, la quale, come lo ha fatto pel passato, sorvolando ragioni di contrasti ideologici ed altre meschinità, continuerà a darci il suo appoggio perché la benefica istituzione possa raggiungere il suo scopo altamente cristiano e umanitario.
Ed ora fissiamo la data della solenne inaugurazione della Casa di Riposo per la domenica 24 agosto. E ben sapendo che il nostro, più che un punto di arrivo è l’inizio di un grande viaggio, con rinnovati propositi e con illimitata fiducia nell’assistenza divina, riprendiamo il cammino, dopo avere elevato un canto di gratitudine sconfinata a Dio il quale, ascoltando la voce di anime sante peroranti la nostra causa, volle elargirci in misura straordinaria gli aiuti della Sua Provvidenza perché il nostro sogno diventasse realtà splendente al sole di agosto 1952.
La gratitudine a Dio non ci impedisce che in questa circostanza rivolgiamo la nostra riconoscenza a coloro che furono strumenti della Provvidenza cioè i nostri benefattori. Ad essi un grazie che ci parte dall’intimo del cuore. La Casa di Riposo avrà a suo tempo il libro d’oro per tramandare alla gratitudine dei posteri i nomi dei suoi benefattori, ma intanto ci sembra doveroso segnalare, come meritevoli di particolare riconoscenza, l’architetto Vittorio Gandolfi il quale ci ha messo gratuitamente a disposizione la sua bella mente e il suo grande cuore di artista; l’impresario Romeo Zanichelli, che, con competenza, diligenza, onestà, ha curato la costruzione (risultata solidissima), l’Amministrazione Comunale, la Direzione delle Terme Demaniali, la Direzione dell’Istituto Baistrocchi,
Abbiamo fiducia che quanti ci hanno accompagnato sino ad oggi, continueranno a seguirci nel nostro cammino.
Noi affidiamo quest’opera, che non deve essere solamente nostra, prima a Dio e poi al grande cuore di Salsomaggiore.

Padre Roberto

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