Dal libro “Un popolo in festa e in cammino” di Don Luigi Guglielmoni, Clementina Corbellini, Giulia Urgeletti Tinarelli

Ascoltando dagli anziani il racconto della vita della gente del quartiere, si scoprono tanti piccoli episodi indicativi di un contesto di generosità e di bontà, che non passa mai di moda. Negli anni duri della guerra, Padre Roberto Lecchini si è trovato spesso solo di fronte ai tedeschi e ai fascisti da una parte e ai partigiani dall’altra. E si è trovato ancora solo nell’immediato dopoguerra di fronte ai militanti della cellula Marchiani, ubicata in via Antelami, di ispirazione comunista e anticlericale. Si fermava a discutere, a confutare, a ribattere con gli adulti che lo accerchiavano minacciosi. Cosa sarebbe avvenuto di lui se le elezioni del 1948 fossero andate diversamente? Ma il Frate parroco ha sempre amato, difeso e diffuso la verità per il bene della sua gente.
Nella casa delle Ancelle del Santuario si sono succeduti tanti ragazzi: prima gli orfani dei marinai, quindi i bambini di Montecassino e poi gli orfani della nostra regione. Diverse persone di Salsomaggiore Terme hanno fatto da padrino o madrina a questi ragazzi, in occasione della Cresima impartita nella nostra chiesa. E’ nota la generosità della gente del quartiere verso di loro, poveri di beni e di affetto. Alcuni di questi ragazzi, una volta adulti, sono tornati a ringraziare le Ancelle che sono state così importanti nella loro crescita. Qualcuno di loro chiamava “mamma” Suor Gilda. Due dei ragazzi ospitati dalle Suore sono diventati sacerdoti. Altre Ancelle facevano servizio all’albergo “Pro Legnano“: lì, sotto i letti delle varie stanze, nascondevano i giovani del quartiere ricercati dai soldati tedeschi, per i quali preparavano un buon pranzo che faceva anche da esca di distrazione. Un giovane partigiano di Sant’Antonio era chiamato “boia“: non perché fosse violento o bramoso di uccidere, ma perché di professione faceva il macellaio e quindi macellava le bestie per dare da mangiare ai partigiani. Era Algiso Toscani, uno sportivo di notevole valore e una persona amante della pace. Era andato tra i partigiani per non dover tornare sotto le armi, dopo tre anni di vita militare, trascorsi in parte in Croazia. Valorizzando le sue conoscenze in ambito sportivo, ha aiutato tante persone. In negozio spesso ha cancellato i debiti, contratti da persone povere che andavano a comperare la carne. Tutto questo, in silenzio.
Un’esperienza di grande solidarietà era quella delle “madrine di guerra“: persone che si prendevano a cuore un soldato e si impegnavano a scrivergli e a mandargli pacchi-dono. Era un modo per far sentire meno soli i giovani sotto le armi. E’ il caso per esempio della signora Zita Botti, che mantenne i contatti con il fidentino Ernesto Craviari. Tornato dalla guerra, questi andò a trovare la sua “madrina” per esprimerle la propria riconoscenza.
Lontano dai grandi alberghi del centro, la vita di quartiere era semplice: ci si divertiva con poco. “Il nostro mare era lo Stirone“, racconta Aurelio Foscili. “Lungo la strada noi ragazzi ripulivamo le piante di ciliegie e nel pollaio di una villa rubavamo le uova: le bucavamo con uno spillo, ne succhiavamo il contenuto e le riponevamo delicatamente al loro posto… per salvare almeno l’apparenza“. Una volta la “banda di via Trento “, capeggiata da Tino Serventi “il terribile“, riuscì a rubare ai soldati inglesi un paio di scarpe da calcio lasciate dietro la porta durante l’allenamento. Avere le scarpe da calcio era già un privilegio, che pochi si potevano permettere; in più, questo atto aveva il sapore di una piccola rivalsa “politica“.
In un’altra occasione – racconta ancora il Foscili – “riuscimmo a rubare dall’Istituto della Previdenza Sociale, adibito a ospedale militare, un pacco confezionato. Aprendolo, scoprimmo con stupore tanti rotoli bianchi, tutti uguali, di carta. Pensammo che fossero garze per i malati: erano invece rotoli di carta igienica! Noi non l’avevamo mai vista!
Un giorno (era il primo d’aprile!), d’accordo con il tipografo e con il portalettere, un gruppo di amici inviò le partecipazioni per il matrimonio di Bruno Minzoni con una giovane tedesca: la festa era prevista a Grotta. Alcuni invitati si scusarono per l’impossibilità di partecipare, altri mandarono fiori e regali, altri passarono a fare gli auguri allo sposo che, ignaro del lieto evento, il giorno fissato per le nozze era impegnato a tinteggiare la sua casa…
In un’altra occasione, i giovani trovarono un sasso dalla fattezza di una mezza forma di formaggio parmigiano reggiano. E subito balenò l’intuizione: la portarono a casa, la incartarono per bene e la portarono alle cuoche, il giorno prima della partenza per il campeggio. Le cuoche felicissime spostarono vari bagagli già preparati sull’automobile “Fiat 1100“, pur di fare posto al grana “stagionato“. Doppia fu la loro delusione quando poi in montagna scartarono il pesante pacco: essere prive di formaggio ed essere state beffate. Per fortuna quei giovani parteciparono al secondo turno del campeggio, ma le cuoche non parlarono loro per una settimana… Un’allegria serena e fantasiosa.

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