Dal libro “Il primo cinquantennio” di Padre Roberto Lecchini

Sulla «Voce della Sezione» (Bollettino interno del P. C.I.”Carlo Stopelli” di Salsomaggiore) nella seconda pagina, quarta colonna, sotto il titolo: Collaborazione fra i Partiti di massa leggo: VARIE, sulla richiesta di un milione fatta al Sindaco da parte di Ente, per la costruzione di una casa ricovero vecchi si dà parere contrario. I casi bisognosi verranno assistiti attraverso l’assistenza comunale.
Per chi non lo sapesse, quel famoso Ente che osa rivolgere la domanda di un milione a favore dei poveri vecchi di Salsomaggiore, è uno dei tanti uomini che si permettono il lusso di un nome e di un cognome che, senza’ essere minimamente famoso, ha l’onore di figurare illibato sulla cartella penale e suona: P. Roberto Lecchini.
Il parere contrario dei comunisti (o socialisti?), parere che nel caso presente è qualche cosa di più che un parere, mi ha fortemente stupito per il fatto semplicissimo che mi sembra in stridente contrasto con le teorie di solidarietà umana che comunisti e socialisti hanno sempre innalzato quale loro bandiera di battaglia e di conquista.
Per me è un enigma che si aggiunge agli enigmi. Come vedete, la vita è circondata di misteri insondabili.
Ma è dell’uomo l’ansia di volere conoscere i perché dei fatti umani per quanto è concesso alle forze troppo limitate della nostra intelligenza.
Ecco perché anch’io ho messo in azione tutte le risorse della mia modesta potenza di raziocinio per indagare l’intima ragione di quel famoso parere contrario.
Lavoro inutile, cari Signori, lavoro inutile. Non ho approdato a nulla. Le ipotesi vengono da me analizzate ad una ad una e quindi ad una ad una scartate; le supposizioni si susseguono incalzanti, ma, ahimè! senza risultati concreti. Perché quel famoso parere contrario?
Forse perché l’atto amoroso di un cuore che si protende verso i poveri vecchi, quasi a riscaldare le loro gelide ore di un tramonto senza splendori è un crimine, o tale è stimato da chi, ignorando le inarrivabili bellezze della carità cristiana, misconosce anche ciò che, pur solo umanamente considerato, è alta espressione di gentilezza e di filantropia?
E chi lo può credere? Forse perché la benefica iniziativa non porta scolpita in fronte la falce e il martello?
Non posso crederlo, perché allora ci richiameremmo a vecchi sistemi felicemente tramontati, e troppo in contrasto con la libertà della rinnovata democrazia.
Forse perché la benefica istituzione non risponde a concreta necessità?
Scarto anche questa supposizione perché altrimenti dovrei dire ai miei amici della «Carlo Stopelli»: Il vostro posto di osservazione è troppo in alto, scendete più in basso, passate alcune ore di guardia alla porta del Convento di S. Antonio e vi convincerete del contrario, pure ammettendo che vive ed opera la benemerita Assistenza Comunale.
Forse perché il Comune è impegnato nella costruzione delle urgenti case popolari?
La costruzione del ricovero non pregiudica assolutamente le case popolari per semplicissimo fatto che il milione da me richiesto al Comune quale spinta iniziale alla mia opera rappresenta fortunatamente una vera inezia per la cassa municipale. Tanto è vero che il Municipio non ha avuto nessuna difficoltà a elargire L. 500.000 ad un ricovero di una città, che non è Salso, in data posteriore alla mia sfortunata richiesta.
Forse perché l’iniziativa odora troppo di sacrestia?
Scarto anche questa ipotesi perché priva di serietà. Non sapete che allora dovremmo demolire l’85% delle benefiche istituzioni del mondo cattolico, ivi compresa l’Italia?
Forse perché la «Carlo Stopelli» ha motivo di riguardarmi con sentimenti di ostilità per ragioni reali, anche se da me ignorate? Non ci credo, poiché, pur rimanendo il detto d’un bravo pensatore il quale affermava che il privilegio di non avere nemici è solo degli imbecilli, io ho coscienza di non aver mai fatto del male ad alcuno e di avere invece fatto del bene a molti durante la mia permanenza in Salsomaggiore.
Non credo si possa facilmente controbattere questa mia affermazione.
E qui, a costo di non dare esempio di eroismo in fatto di modestia e a costo di infliggete al lettore un po’ di noia, faccio una lunga digressione, che non interessa, per sé, la «Carlo Stopelli», ma piuttosto la mia parrocchia in particolare e la città in generale.
Se nel passato 1944 io avessi amato di meno questa città, che, pur non avendomi dato i natali, mi è egualmente tanto cara per troppe ragioni, avrei avuto tante noie e tribolazioni di meno. Fu per Salso e pei suoi partigiani che ebbi una giornata d’arresto e tre volte la perquisizione in casa per parte dei tedeschi e repubblicani; fu per Ici che fu deciso il mio trasporto in un campo di concentramento, trasporto scongiurato fortunatamente per le preghiere di anime buone e per il tempestivo intervento dell’allora Podestà G. Colombo.
Le più terribili minacce da parte dei Tedeschi pesavano su Salso quando io intervenni a distornare imminenti disastri, anche a costo di simulare sentimenti filotedeschi e repubblicani assolutamente inesistenti, come è troppo noto a chi mi conosce.
Quanti ricordi!
Una mattina d’ottobre del 44, dopo che nella notte i partigiani avevano invaso il Berzieri, una telefonata mi chiamava d’urgenza allo stabilimento termale. Accorrevo. Mi accolse freddamente un colonnello tedesco con queste parole: «Ecco le prodezze dei suoi bravi partigiani…». E mi mostrava la devastazione dei diversi locali minacciando una rappresaglia sulla città.
«Salsomaggiore non ha nulla a che fare con tutto questo, feci osservare».
«Ci ha a che fare, e come! … questi partigiani, Io sappiamo troppo bene, sono Salsesi».
Dovetti lottare non poco per far credere che gli svaligiatori erano provenienti dal Piacentino, pur sapendo che erano scesi da Pellegrino, ma credo di non esservi riuscito perché ai tedeschi non mancavano le informazioni.
Dopo due ore un’altra telefonata mi chiama al Villino Catena, dove mi incontrai col rag. Tranquillini mentre usciva da un interrogatorio fortunatamente finito bene.
Ammesso alla presenza del colonnello tedesco e del comandante la Brigata nera, mi sentii rivolgere queste parole da parte di una interprete in calzoni: «Poiché una punizione ci vuole per Salsomaggiore, è bene vada a colpire direttamente i colpevoli senza coinvolgere degli innocenti; lei, che certo è al corrente delle cose, ci dia l’elenco delle famiglie di partigiani.
Mi sentii agghiacciare il sangue nelle vene, poiché si sa che i tedeschi non scherzano e quello che vogliono, vogliono. Nello stesso tempo tutto il mio essere si ribellò davanti alla viltà che mi si imponeva e risposi: che mi chiedete è in opposizione totale col ministero che io esercito. Anche se dei colpevoli ci fossero, il meno indicato per denunciarli è il loro parroco». Tacquero.
E io? Nella peggiore delle ipotesi avrei chiesto tempo per compilare la lista richiesta e, frattanto, avrei preso la via dei monti.
Salvare la popolazione di Salso, ecco lo scopo dei miei contatti con i Tedeschi e delle mie interminabili peregrinazioni in montagna. Partigiani, che allora erano in posti di responsabilità e che oggi sono pezzi grossi nella «Carlo Stopelli», essi, che del resto ebbero nei nostri incontri a manifestarmi la loro comprensione e benevolenza, possono ben testimoniare che io, parlando con loro, una cosa soprattutto raccomandavo: “Non compromettete la città di Salso. Ricordate che laggiù vivono le vostre famiglie”.
Sempre in questo intento mi interposi riuscendo a concludere una tregua d’armi tra partigiani e repubblicani, tregua che con tanta gioia fu accolta da questa popolazione e che, evitando qualsiasi scontro armato in Salso, avrebbe risparmiato tante lagrime e tante ansie. Non fu colpa mia se la tregua fu di breve durata. Altre trattative miranti al bene di Salsomaggiore erano in corso quando la notte tra l’uno e il due novembre avvenne l’attacco al Villino Catena.
Presso il Villino Catena erano detenuti parecchi civili parenti di partigiani e per loro fu una vera fortuna se in quella notte d’inferno già erano stati liberati. Per chi non lo sapesse, una buona parte furono liberati dal mio intervento. E al riguardo sono in grado di precisare di aver più volte protestato contro l’ingiustizia di quegli arresti di persone innocenti, anche se imparentate con partigiani. Ma un giorno, mentre, adducendo tali ragioni, reclamavo la liberazione della Signora Germani e del Signor Lusardi, il comandante la Brigata mi rispondeva: «I partigiani fanno altrettanto coi parenti dei nostri militi. Noi libereremo la Germani e il Lusardi quando essi lasceranno libera la moglie di un nostro ufficiale di Parma, attualmente detenuta a Bardi».
Immediatamente presi la via di Pellegrino in compagnia di Mons. Prati (tra parentesi sento il dovere di affermare che Mons. Prati non ha fatto per Salso meno di me. Ho per lui sentimenti di stima illimitata e lo addito alla riconoscenza di tutti i Salsesi).
A Pellegrino preghiamo il comando della Brigata Garibaldi di lasciare in libertà la signora dell’ufficiale repubblicano.
Dopo due giorni da Parma il Capitano Fava mi telefonò: «Mi risulta che la moglie del nostro ufficiale è libera e, di conseguenza, stasera, tornando a Salso avrò il piacere di mantenere la mia promessa col rimettere nelle sue mani i prigionieri che ella reclama».
Quella sera la Signora Germani e il Signor Lusardi venivano a me consegnati e da me ricondotti alle loro case.
Ed essi non furono i soli liberati.
Posso affermare che il trattamento usato ai prigionieri del villino sarebbe stato ben più duro senza il mio intervento.
Vennero le ore tragiche dei bombardamenti del marzo di quell’anno.
Se in quelle luttuose circostanze avessimo amato meno Salsomaggiore, io e i miei confratelli avremmo, come tanti altri eroi, preso la strada di un più sicuro asilo in campagna. Rimanemmo invece, quasi soli, sulle macerie fumanti.
Mettemmo a disposizione dei sinistrati i nostri locali e demmo alloggio, non per un giorno, a chi aveva perduto la casa, senza, si capisce, pretendere un solo centesimo nemmeno pel consumo di acqua, gas e luce.
Qui finisce la lunga digressione che, ripeto, non interessa la «Carlo Stopelli».
Ritorniamo al nocciolo della questione e domandiamoci di nuovo: in un sentimento di ostilità dobbiamo ricercare la causa del famoso parere contrario? No, assolutamente no, perché stimo troppo l’onestà dei comunisti della «Stopelli».
Preferisco credere che tale parere sia dovuto al fatto di non avere forse sufficientemente considerata la bellezza morale, umanitaria, cristiana dell’Istituzione per la quale ho richiesto, sempre in nome del bene che voglio al popolo di Salsomaggiore, l’appoggio finanziario, almeno iniziale, del Comune.
Penso che sufficientemente non si abbia riflettuto al vantaggio che ne deriva anche alla città nei riguardi della disoccupazione.
Rivolgo pertanto di nuovo la mia domanda alla Giunta Comunale nella certezza che essa, forte del parere favorevole dei comunisti, la possa accogliere acquistandosi la riconoscenza e simpatia di un popolo intero.
Così avremo tutti parte in un’opera che starà a documentare la generosità dei nostri tempi alle future generazioni.
Nella malaugurata ipotesi che la ingiustificata opposizione dovesse perdurare, affermo che, se Dio mi mantiene la vita e la salute e non mi nega quelle grazie che suole donare a tutti quelli che lavorano per le opere sue, la Casa di Riposo sorgerà egualmente. Sarà il popolo che la costruirà mattone su mattone. Sì, il popolo nostro, così generoso quando è bene capito e bene guidato.
Amici, la Casa di Riposo è un fatto compiuto.
Dio è con noi.
(Per onestà e giustizia devo dire che il milione venne concesso dal Comune due o tre anni dopo)

Padre ROBERTO LECCHINI

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