Dal libro “Il primo cinquantennio” di Padre Roberto Lecchini

La parola al Dott. Giuseppe Sozzi

Dopo 24 anni di intensa attività, Padre Roberto Lecchini lascia il Convento di S. Antonio per quello di S. Caterina in Parma.
Anche se questo importante incarico è giusto riconoscimento dei suoi meriti, i Salsesi non possono non esserne addolorati, perché perdono un Parroco che ha intensamente lavorato per loro in ogni campo. Lo testimoniano insigni opere, quali la Casa di riposo Sacra Famiglia, il Cinema Pax, l’apertura della Farmacia.
Ma vi sono state altre realizzazioni che non si vedono, che la maggior parte non conosce, che certamente Egli, nella sua modestia, non vorrebbe che se ne parlasse; ma io ritengo sia doveroso specialmente in questo momento riferirne, ed è quello che ha fatto durante il terribile periodo della lotta di liberazione.
Dopo l’8 settembre 1943, cessata la sua missione religiosa ed umanitaria presso l’Ospedale Militare, quale Cappellano. Egli non si chiuse nella sua Chiesa, ma si mise immediatamente al lavoro, intervenendo fra le due parti in lotta, correndo in montagna presso i comandi partigiani, od in città presso quelli dei tedeschi o delle «Brigate nere», per ottenere scambi di prigionieri o migliori condizioni di vita per la popolazione. E questo suo interessamento si è dimostrato di particolare efficacia in un tragico momento. Si era nell’autunno del 1944. Le Brigate Partigiane perfettamente organizzate nella guerriglia, irrompevano quasi ogni giorno in città o sulle strade di comunicazione, scontrandosi vittoriosamente con le Brigate Nere. Il comando della Milizia repubblichina nell’impossibilità di fronteggiare la situazione pensò di ricattare la popolazione.
Un giorno, una cinquantina di persone, scelte fra le più varie categorie, vennero convocate all’Opera Pia Catena.

Ai convenuti gli ufficiali repubblichini e tedeschi fecero, a modo loro, una esposizione della situazione, concludendo presso a poco in questi termini: «Abbiamo constatato che la popolazione solidarizza con i Partigiani: ebbene, o voi intervenite impedendo che i Partigiani entrino in città o, in caso contrario, ad ogni attacco noi compiremo rappresaglie su
Un silenzio agghiacciante seguì al termine di queste frasi.
Chi era fascista riteneva che, in caso di conflitto, avrebbe potuto facilmente essere escluso dalla rappresaglia; chi era favorevole ai partigiani non poteva certo, protestando, svelare la sua posizione.
Si alzò padre Roberto, e con la sua parola semplice e calma ma decisa disse: «Sono venuto a questa riunione convinto che si sarebbe trattato di studiare il modo per alleviare le sofferenze della popolazione inerme, non certo per aderire a rappresaglie che sono sempre ingiustificate, specialmente nei confronti della popolazione di Salsomaggiore. Sono stati citati dei casi per dimostrare l’adesione della popolazione in favore dei Partigiani. È stato detto, per esempio, che una donna ha fatto baciare il suo bambino ad un partigiano entrato in città col suo reparto e che alcune ragazze hanno abbracciato dei partigiani. Ebbene io lo confermo. È vero. ma cosa vi è di male se una sposa ha portato il suo bambino al marito o se ragazze hanno abbracciato partigiani loro familiari o fidanzati? Io sono pronto a cooperare, come ho sempre fatto, affinché questa dolorosa lotta fra cittadini che parlano la stessa lingua sia umanizzata al massimo».
Il ghiaccio era rotto. Altri presero la parola per dare la loro adesione all’iniziativa.
Padre Roberto aveva vinto.

Dott. GIUSEPPE SOZZI
del C. L. N. di Salsomaggiore e della
Zona B della Provincia di Parma

Dopo lodi così lusinghiere che l’amico Dottor Giuseppe Sozzi ha scritto in mio favore e delle quali lascio a lui la responsabilità io devo e voglio fare una mia confessione: in quella circostanza io pronunciai una bugia per salvare più facilmente la popolazione di Salsomaggiore. Affermai che quei Partigiani che scendevano a Salso erano non salsesi, ma Piacentini. Non però del tutto falsa la mia affermazione, poiché il primo scontro dei Repubblicani di Parma avvenne coi Partigiani di Piacenza sul torrente Stirone che segna il confine tra Parma e Piacenza.
Se colpa ci fu, vorrei che fosse la «mea maxima culpa».

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