Padre Sergio Govi (30 giugno 1934 – † 27 maggio 2016)
SERGIO ADOLFO al battesimo, aveva visto la luce il 30 giugno 1934 a Ospitaletto, minuscola frazione di Marano sul Panaro, collocata sugli avamposti dell’Appennino emiliano. Poche case fra campi coltivati, con una monumentale chiesa, che, con le campane del maestoso campanile, scandiva la vita quotidiana degli abitanti.
L’11 maggio 1952 fece il suo ingresso nel noviziato di Fidenza, in cui ebbe il nome di Sergio da Ospitaletto, per apprendere i primi rudimenti della vita cappuccina, e l’anno seguente si consacrò nella vita religiosa con i voti temporanei.
A Reggio Emilia, il 2 aprile 1960, al termine degli studi liceali-filosofici, la professione definitiva e, dopo la formazione teologica, finalmente il presbiterato.
Trascorso l’anno di pastorale a Venezia, fu per qualche tempo vice-parroco nella parrocchia di Sant’Antonio di Salsomaggiore (PR), per essere poi nominato vice-direttore dello studentato teologico di Reggio Emilia e redattore della rivista “Frate Francesco”.

Padre Govi con i giovani di S. Antonio nel 1964

Vocazione missionaria
Nel frattempo la Provincia parmense, alla ricerca di una nuova missione africana, aveva accolto l’invito di mons. Léon Chambon, vescovo di Bossangoa, nel nord-ovest della Repubblica Centrafricana, a inviare missionari in quella diocesi, un territorio caratterizzato al nord da clima subtropicale caldo secco, con scarsa vegetazione, e con lunghi periodi di siccità alternati da mesi di piogge.
Nella parte orientale di quella diocesi sarebbe sorta la missione autonoma dei cappuccini parmensi con le stazioni di Batangafo, di Bouca e successivamente di Kabo.
Così il 2 agosto 1964 partì il primo drappello di cinque missionari, pieni di entusiasmo e di giovinezza, tra cui padre Sergio. Il lavoro evangelico assorbì ogni energia dei missionari, che si trovarono costretti, per raggiungere i villaggi più sperduti, a interminabili viaggi nella brousse (savana) su strade fangose per le piogge torrenziali o polverose con caldo insopportabile, non badando alla fatica pur di seminare la parola evangelica.
Una vita di povertà francescana, con abitazioni di soli muri, con risorse mai sufficienti, priva del superfluo e anche del necessario, andando di villaggio in villaggio lungo piste appena accennate.
Padre Sergio, assegnato alla stazione di Batangafo come superiore e aiuto del parroco, si inserì con entusiasmo nelle attività diocesane, dedicando tutto se stesso alla pastorale e apprendendo anche la lingua locale, il sango.
Quando poi divenne parroco della stessa missione, intensificò la sua azione, ricostruendo la chiesa e fondando nel 1971 il “Villaggio Ghirlandina”, dove i catechisti avevano l’opportunità di ricevere un’adeguata formazione cristiana, e dove i locali potevano apprendere i metodi per una coltivazione agricola più moderna e proficua.
Il paese era molto povero, la struttura sociale e politica si andava appena formando, tanto che la repubblica centrafricana, nata nel 1960, poteva definirsi la cenerentola delle giovani nazioni africane. Tutto questo però non scoraggiò i missionari, decisi a spendersi totalmente per gli ideali che li avevano spinti in quella terra lontana.
Padre Sergio, in particolare, animò la parrocchia con la formazione del gruppo scout, della Legio Mariae, di una corale, mai dimenticando i villaggi e le stazioni secondarie distanti tra loro anche centinaia di chilometri.
Nel frattempo il paese era andato incontro a mutamenti profondi: il 1° gennaio 1966 un colpo di stato aveva rovesciato il precedente governo e il colonnello Jean Bedel Bokassa, capo dell’esercito, si era autoproclamato nuovo presidente.
La missione fu risparmiata da eventi luttuosi, e dall’Italia giunsero cinque nuovi missionari della stessa classe a dare ulteriore impulso all’azione evangelizzatrice già iniziata.

Elezione a vescovo
Nel 1973 padre Sergio fu eletto superiore regolare della missione, e il 5 giugno 1975 fu nominato vescovo coadiutore della diocesi di Bossangoa; fu ordinato il 26 ottobre seguente nel duomo di Modena.
Il confratello che lo ha condotto a Bossangoa con le sue povere masserizie, è testimone del suo pianto nel dover lasciare l’amata Batangafo e di fronte alle responsabilità che lo attendevano.
Tre anni dopo, il 22 aprile 1978, succederà a mons. Léon Chambon come vescovo titolare della diocesi, intensificando il suo ministero e impegnandosi nella cura del clero indigeno e nella formazione dei catechisti, indispensabili per un territorio così esteso.
Favorì e finanziò la costruzione di un piccolo ospedale a Kabo, e ideò di aprire uno studio dentistico a Bossangoa, dato che in quella città era il sindaco a svolgere tale mestiere servendosi di un’unica pinza sia per estrarre i denti che per riparare la sua mobylette (motocicletta).
Nei suoi viaggi nella savana per visitare i villaggi si serviva di un’auto, che guidava lui stesso, e sembrava che mons. Govi avesse un rapporto ravvicinato con gli incidenti, tanto da rischiare più volte la vita stessa. La sua era una macchina povera che trasportava di tutto: galline, capre, manioca e… persone. Altro che automobile di lusso, con autista e codazzo di monsignori al seguito!
Questa situazione di povertà francescana non lo fermava mai, né l’avviliva, portandosi a celebrare le cresime dovunque vi fosse un sufficiente gruppo di candidati pronti a divenire testimoni dello Spirito Santo.
Quando arrivava era accolto da grande festa e dopo la liturgia del sacramento della cresima occorreva allestire un lauto pranzo, a base di selvaggina, indispensabile per quelle popolazioni corrose dalla fame e anche perché una festa senza carne non era festa.
A questo provvedeva lo stesso vescovo, che si inoltrava nella rada boscaglia e con il suo fucile cacciava quanto trovava, che poi veniva cucinato all’aperto sul fuoco, con grande soddisfazione generale, tra canti, suono di tamburi e balli.
Gli animalisti nostrani avranno qualcosa da ridire su questa attività venatoria, ma quando la fame dice sul serio, premere il grilletto di un fucile diventa insopprimibile urgenza.

Ritorno in Italia
Gli anni trascorrevano e ormai la stanchezza si era accumulata su di lui in maniera preoccupante. Si era spremuto fino all’ultima goccia di sudore per la sua diocesi, per i suoi preti, per i catechisti e per la popolazione profondamente amata.
Era giunto il momento di lasciare ad altri la guida della diocesi, e così, motivando la sua rinuncia per motivi di salute, il 10 giugno 1995 presentò le dimissioni, facendo ritorno in Italia e avanzando la richiesta di essere reintegrato nella provincia originaria.
Inserito nella fraternità di Vignola, dopo un anno si trasferì nel Santuario della Madonna della Salute di Puianello a Levizzano Rangone (MO) come confessore e per servizi pastorali, e l’anno successivo si trasferì come cappellano all’arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia.
Nel 2004 fece ritorno a Puianello, ma poco dopo, dietro richiesta del parroco di Vignola, si prestò nuovamente come cappellano dell’ospedale civile di questa cittadina modenese, con abitazione presso il Santuario della Madonna della Pieve, di cui assunse anche la cura pastorale.

Il silenzio degli ultimi anni
Le sue condizioni di salute però cominciavano a mostrare segnali preoccupanti, finché decise negli ultimi anni di trasferirsi nell’infermeria provinciale di Reggio Emilia, dove, assieme ad altri confratelli ammalati o anziani, è vissuto nel silenzio della preghiera.
Nel maggio 2016, in seguito a una crisi respiratoria fu ricoverato nell’ospedale cittadino Santa Maria Nuova, dove si è spento il giorno 27.
Mons. Sergio Govi come missionario è stato un apostolo generoso che non si è risparmiato nelle fatiche; come vescovo diocesano è stato un pastore vigilante, «prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare», comprensivo e con l’odore delle pecore ancor prima che lo raccomandasse papa Francesco; come vescovo emerito ritornato nella sua provincia parmense, ha vissuto l’umiltà e la semplicità della vita cappuccina, non pretendendo il primo posto, ma dedicandosi agli ammalati e a quanti desideravano di vedere la Luce.

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